martedì 3 marzo 2009

Chi siamo. Cosa vogliamo.



Cari amici,

è ora di spiegare chi siamo, perché altrimenti facciamo lo stesso gioco di chi confonde le carte. È evidente che alcuni, come il signor Merola che ci ha scritto dal sito de Il Messaggero, non sanno chi siano i richiedenti asilo e i rifugiati. È anche chiaro che la realtà dei centri di accoglienza a Roma è molto confusa. Il giornale Liberazione li ha chiamati “centri di detenzione”. E forse “detenzione” descrive la realtà che viviamo meglio di quanto non faccia la parola “accoglienza”. Eppure viviamo in centri di accoglienza.
Scriviamo quindi per presentarci e per dire cosa chiediamo concretamente.

RAR significa Richiedenti Asilo Roma. Chi è un richiedente asilo? Abbiamo letto la Convenzione di Ginevra per rispondervi meglio, ma decidiamo di prendere le parole da quello che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Richiedente asilo significa rischiare la vita a casa tua, significa scappare senza poter tornare dove sei sempre vissuto. Per andare ovunque, ma non più a casa. Scappiamo per molti motivi – richiedente asilo è il nome di molte storie, difficili e diverse. Come la categoria di stranieri, anche quella di richiedente asilo ha tutta la sua complessità. Non siamo tutti uguali, né necessariamente fratelli.

Ho lasciato il mio paese perché il popolo Oromo soffre l’Apartheid in Etiopia, non può parlare la sua lingua, praticare la sua cultura, fare attività politica democratica.
Ho lasciato il mio paese perché sono cattolico e dopo aver dichiarato la mia fede sono stato internato e torturato in Togo.
Ho lasciato il mio paese perché il Governo della Costa d’Avorio è ostile alla mia etnia. Mi hanno licenziato, mi hanno preso, mi hanno messo in carcere e torturato.
Ho lasciato il mio paese perché l’Eritrea è sempre in guerra. I giovani sono costretti a fare il militare a vita, perché senza tessera del Governo che certifica che fai il militare ti prendono per strada e ti mettono sotto terra nei Trak.

Siamo in Italia per vivere. Non per vivere meglio.

Meglio era poter restare. Ma questo significa morire ammazzati, noi e le nostre famiglie. Casa è impossibile se vogliamo continuare a vivere in qualche modo. Siamo scappati per proteggere la nostra vita. Non per cercare lavoro, per soldi, per una vita da ricchi.
Ero tecnico informatico.
Ero diplomato in assistenza sociale.
Ero tecnico audio-visivo.
Ero carpentiere e rasatore.
Ero fornaio.
Ero insegnante.
Ero studente alla scuola superiore.
Ero infermiere.
In Italia ho buttato via il mio diploma perché, con la mia protezione umanitaria, non esiste nessuno che convalida qui il mio titolo. Ero infermiere e ora faccio il badante a nero, mentre l’Italia ha bisogno di infermieri e io sono costretto a rimanere in un centro di accoglienza. Così è uno spreco per tutti.

Immagina: arrivi in un posto e ti dicono che è l’Inghilterra, dove ti aspettano i tuoi amici. Invece è Lampedusa, Crotone, Foggia, Udine, Roma. Hai pagato tutto quello che avevi per il viaggio. Se conservi ancora qualche soldo lo vai a cambiare e ti accorgi che sono solo cinque euro. Cinque euro in tasca e non sai dove sei nel mondo.

Ma non vi chiediamo soldi. Vogliamo capire come funzionano i centri in cui viviamo come pecore. Baobab: 160 pecore; via Scorticabove: 100 pecore: via Casilina 815 poco più di 20 pecore, sgomberate.

Viviamo a Roma dentro i centri di accoglienza, dove sappiamo bene cosa non si può fare e cosa non si può chiedere. Dentro siamo trattati come colpevoli e noi ci sentiamo in colpa, ma non sappiamo perché. Forse perché non portiamo soldi all’Italia come i turisti? Impari presto a stare zitto perché non paghi.

Eppure il Comune spende soldi per l’accoglienza. C’è un budget per ogni persona che vive nei centri e che viene dato a chi li dirige. Quando occupi un letto il Comune ti conta e paga per te. Quando vai alla mensa, fai la fila per firmare perché c’è bisogno di certificare la spesa.Vogliamo sapere dove andare, chi è la persona, l’ufficio, l’associazione o l’istituzione che è pagata per aiutarci.

Basta con il business dell’accoglienza sopra le nostre teste.

Ho chiesto di leggere la convenzione che il mio centro ha con il Comune. Impossibile. Mi hanno detto: chi ti ha fatto venire qua? A Roma l’accoglienza si fa clandestinamente. Il Comune spende dei soldi, ma non si capisce dove vanno a finire. Non puoi avere risposte dalle Istituzioni. Ti prendono in giro se vai e chiedi. Lo stesso è per mangiare, avere un avvocato, cercare lavoro, fare un corso di formazione. Finisci sempre nel solito cerchio: dal centro di accoglienza al Centro Astalli, dal Centro Astalli a via delle Zoccolette, dove c’è la Caritas, da via delle Zoccolette al Comune e dal Comune al centro di accoglienza. E intanto tu giri e aspetti e giri e il tempo passa.

Basta anche con l’ipocrisia e la sua altra faccia, il buonismo.Vogliamo sapere chi controlla i centri di accoglienza perché ciò vuol dire controllare noi. Capire quando, come e perché significa tornare a potere qualcosa su una vita che è la nostra e non quella di chi riceve i soldi dal Comune.

Questo chiediamo: conoscere gli accordi tra il Comune e i centri di accoglienza, leggere le convenzioni firmate, sapere quanti soldi vengono dati ogni giorno dal Comune e come sono spesi, concordare il regolamento con i responsabili dei centri, partecipare alle riunioni di gestione perché in gioco ci sono le nostre vite.

E chiediamo un luogo che non sia la strada né la fila in qualche ufficio o l’internet point a Termini. Un piccolo luogo dove andare ogni giorno e incontrarsi, dove studiare capire e confrontarsi. Vogliamo realizzare, scambiare e offrire qualcosa di nostro a questa città.



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