Ospitalità è aprire le porte all'estraneo ed estraneo è chiunque al primo incontro perché alla nascita siamo tutti stranieri e dipende da chi incontri se in questo mondo ti senti a casa tua o no. Ospitalità è non far sentire ospite chi si accogli. C'è da dare occasione di riposo e una tavola pronta a chi arriva. Importante è presentare il nuovo venuto alla comunità, così che questo si senta a casa. Secondo me il più bel gesto di ospitalità è abbracciarsi e baciarsi fortemente e onestamente.
Quando arriva uno straniero a casa la prima cosa è offrire dell'acqua. Non si sa mai da dove viene e che viaggio ha fatto, quindi bisogna portare subito dell'acqua, preparare il bagno per la doccia e cucinare mentre l'ospite riposa un po'. A casa mia arrivano spesso molte persone straniere: mentre i miei figli li salutano, presentano loro la casa e portano le valigie nella stanza degli ospiti, io preparo il bagno e la cucina. Una volta ho visto due stranieri vagare nella strada principale del paese, era sera tardi e non sapevano dove andare. Ho capito che avevano bisogno di ospitalità. Quando si sono fermati sotto il grande albero di mango dietro casa mia, io li ho salutati e ho chiesto loro se andava tutto bene. L'uomo m'ha spiegato che venivano da un altro villaggio, a causa dell'autobus hanno fatto molto tardi e non sapevano dove dormire. Così li ho accompagnati a casa mia e ho iniziato il rituale dell'ospitalità.
Durante un lungo viaggio che ho fatto anni fa la macchina s'è fermata all'improvviso. Qualcosa nel motore s'è rotto e ci siamo trovati in una strada deserta col buio. Che fare? Uno di noi resta in macchina ad aspettare che passi qualcuno, gli altri camminano a piedi in cerca di un villaggio. Arrivati in un piccolo villaggio di case col tetto di paglia, come ce ne sono tanti nella mia regione in Guinea Konakri, abbiamo bussato e chiesto aiuto. Ci hanno subito aperto le porte di casa, ci hanno ascoltato e fatto mangiare, poi uno di loro è venuto con noi a provare ad aggiustare la macchina. Quella notte abbiamo dormito in casa loro perché per gli ospiti c'è sempre posto. Questa è l'ospitalità africana, la più naturale e la più bella per noi. Se invece qui ti si ferma la macchina in una strada deserta di notte è molto difficile che va a finire così, o hai il cellulare o sei fritto!
Vi racconto un vecchio ricordo di ospitalità. Era sabato e io camminavo con mio padre e I miei fratelli di ritorno dalla chiesa. Mio padre all'improvviso cambia strada e ci dice che avremmo fatto una sorpresa alla zia. La strada a piedi era lunga e io volevo che papà mi prendesse in braccio e così i miei fratelli. Arriviamo tutti in braccio a papà in questa casa dove c'era un grande tavolo all'aperto e tutta la famiglia a cucinare in festa. Quando ci vedono la festa si fa più grande, ci abbracciano e ci fanno sedere. Mangiare e giocare con i miei cugini in questa grande casa nuova ma familiare è stato uno dei momenti più felici per me.
Un'ospitalità che non m'aspettavo me l'ha offerta un poliziotto a Termini. Erano per me I primi giorni in Italia e non capivo niente di niente. Un uomo esce dalla macchina della polizia e mi chiede chi sono e i documenti. Io prima non riesco a rispondere niente, poi provo a dire qualcosa in francese. Vengo dal Togo, non ho ancora documenti. Il poliziotto mi chiede con pazienza se ho fatto domanda di asilo in Questura e gli dico di no, dov'è la Questura? Il poliziotto mi dice di andare al Centro Astalli per mangiare e avere informazioni. Bene, ma dove è il Centro Astalli? Mentre abbiamo questa conversazione impossibile passa una donna del Camerun e il poliziotto la ferma. Lei ci aiuta a capirci e il poliziotto le chiede se può accompagnarmi al Centro Astalli. Questa donna è una perfetta sconosciuta, una passante, ma dice di sì e mi accompagna tutto il giorno dove serve, poi mi saluta. Così inizia la mia storia in Italia, con un gesto superlativo.
Il più bel gesto di ospitalità era di domenica quando andavamo a mangiare le lasagne fatte in casa da mia nonna. Lei preparava la pasta su una grande tavola di legno e le sua braccia erano esperte e fortissime. Il sugo era sul fuoco dalla mattina presto, prima di pranzo entravamo in cucina solo io e lei per friggere due patatine come antipasto. Per me non c'era bisogno di aspettare gli altri, le mangiavo subito zitta zitta. Mio nonno e mia mamma apparecchiavano la tavola, ognuno aveva il suo posto e io ero a capotavola. Quando era tutto pronto andavamo a mangiare in terrazzo, ma nonna faceva avanti e dietro e non si sedeva finché tutti in famiglia non avevano mangiato a sazietà. Eravamo sempre tanti, gli ospiti arrivavano all'ultimo minuto e c'era da mangiare per tutti.
Ho vissuto qualcosa di simile la prima volta che sono entrata in una casa occupata dei rifugiati del Sudan, Etiopia ed Eritrea a Roma. Era tutto buio e qualcuno ci aspettava in strada per accompagnarci. Dentro, mille candele ci indicavano la strada, una musica africana si sentiva dal piano di sopra e c'era un buon odore di cucina tra le stanze. Entriamo in una stanza e c'è un tavolo con piccole tovaglie di giornale e dei cuscini a terra messi ai piedi dei letti con lenzuola bianche lavate e stirate. Tutto profuma. I cuochi ci offrono da mangiare e da bere, girano intorno a noi e controllano che stiamo bene. Nessuno ha fretta, tutto è calmo. Rimaniamo lì il giorno intero. Lì ho imparato che significa accogliere da chi credevo di accogliere. Tra le difficoltà può esserci la più grande ospitalità. A loro dico sempre GRAZIE.
Mi sentivo accolto quando andavo a casa da mia zia. Lei aveva sempre tempo per me e mi faceva sedere su un tappeto morbido fatto di penne d'oca, come un sottile materasso. C'erano cuscini per la schiena e così seduti parlavamo per ore bevendo del tè. Non serviva altro. Quando parlavo, lei mi guardava sempre dritto negli occhi.
In Etiopia è un pò come in Afghanistan, quando arrivano gli ospiti li si fa sedere su tappeti in grandi stanze, generalmente una per gli uomini e una per le donne. Tutti si tolgono le scarpe, si lavano i piedi e si mettono comodi. I più giovani del gruppo, uomini e donne, pensano a preparare e a servire il tè con qualcosa da mangiare. Nella stanza ci sono cuscini per appoggiare le braccia mentre si parla e si beve inseme. Passiamo così interi pomeriggi, spesso masticando ghat. Il ghat viene da una pianta che ha molte forme, può essere piccola piccola e forte o lunga con il fusto amaro. Ne prendi un pò e la metti nella guancia, poi succhi piano piano quello che esce. Ti dà calore e fa passare la stanchezza. Si usa in Etiopia, in Somalia, in Kenya, in Somalia ne vanno pazzi anche se è difficile da trovare, ai Somali piace stare tutto il giorno a succhiare ghat e non si muovono neanche se te ne vai con le loro ragazze! Da noi il tempo con gli ospiti stesi sui tappeti, il tè, il narghilè e il ghat è bellissimo, sai quando inizia ma non sai mai quando finisce.
Una mia amica che ama masticare il ghat m'ha raccontato una buffa storia di ospitalità: un turista tedesco si trovava ad Addis Abeba per il capodanno e la sera successiva vede accendersi la città come mai prima. Il giorno dopo capodanno è per noi la festa della rivoluzione, una delle più grandi feste dell'anno, ma lui non lo sapeva. Così chiede alla mia amica cosa stava succedendo, perché tutte queste luci e lucine ovunque tutte insieme nelle case e nelle strade (è davvero un bello spettacolo) e lei gli risponde scherzando “bè, festeggiamo che anche da noi è arrivata l'elettricità” ma lui la prende sul serio! Lei continua a scherzare e lo invita a fare una cosa tradizionale, entrano in un locale e iniziano a masticare ghat. Sette giorni sono rimasti dentro senza uscire mai. Chi l'ha visto uscire dopo una settimana è morto dal ridere, il turista era tutto rosso e con gli occhi a palla! Ironia dell'ospitalità interculturale.
Da noi c'è un proverbio che dice: se è vero che gli ospiti non sono tutti uguali, è ancora più vero che per il padrone di casa sono tutti uguali. Io lo vedo qui che noi stranieri siamo molto diversi, vivere insieme a volte è molto difficile, ma vedo pure che per gli italiani padroni di casa siamo tutti uguali.
La parola ospitalità è al femminile e il più bel gesto di ospitalità l'ho ricevuto da una donna. Ero a Firenze a una festa, conosciamo due ragazze belghe incantevoli. Ci parliamo e balliamo insieme tutta la sera. La festa finisce con un bacio tra me e una di queste meravigliose ragazze. Il giorno dopo lei sta per partire e mi invita in Belgio. Io compro il biglietto e vado. Lei mi ospita in una casa dove vive con I suoi amici, preparano una cena con polpettone e vino, parliamo e ci conosciamo piano piano in un bell'ambiente caloroso. Lei mi ospita nella sua stanza e nel suo letto (e io penso: uao, è ora del sesso! E invece no, perché allora io non vedevo...), poi mi porta nel bosco a conoscere la sua famiglia. Sua mamma era una simpatica e gigante signora vestita di viola con piccoli occhiali tondi, viveva al confine tra Belgio e Olanda in un posto che un po' vantava bandierine olandesi, un po' belghe e tu sapevi solo di essere in mezzo a un bosco odoroso con una ragazza radiosa vicino. La mamma era una cuoca esperta e mentre ci fa mangiare fiumi di portate ci racconta la sua vita regalando lunghe storie e dettagli importanti a uno sconosciuto come me. Dopo il bosco ci salutiamo e io torno a casa mia pensando finalmente “sono fortunato”.
martedì 16 giugno 2009
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Be' complimenti, voi migranti avete il dono dell'accoglienza, poiché avete provato sulla vostra pelle cosa significa averne bisogno.
RispondiEliminaForse per te sarà un periodo difficile questo, dato il clima di intolleranza che si respira in Italia. Ma io ti posso dire che non tutti gli italiani sono così. Almeno io non lo sono.
Voi stranieri siete la speranza e il futuro dell'Italia.