Metti un pomeriggio di sole a Piazza Vittorio, non per caso ma per non parlarci addosso, per ascoltare e stare in piazza, in mezzo a chi passa, cammina, accompagna, è seduto su una panchina, aspetta l’autobus o esce dall’Università. Usciamo per intervistare chi abita in questa città, per dare un volto alla parola “gente” e stare a sentire quello che ha da dire… su di noi, i rifugiati e i richiedenti asilo che si trovano a vivere in questo stesso luogo.
1) CHI SONO I RIFUGIATI?
Coloro che scappano da una guerra civile. Proprio oggi i giornali raccontano la storia di una di loro.
Una ragazza di 25 anni vedova richiedente asilo che è stata denunciata dai carabinieri nell’ ospedale in cui avrebbe dovuto partorire.
Coloro che chiedono asilo politico. Scappano da guerre e devono fuggire da i loro paesi
Chi non sta in regola. Per questo si chiamano rifugiati, perché si devono nascondere.
Quelli che lo chiedono. Persone che sono scappate dal loro paese che non garantisce le loro libertà fondamentali. In Italia c’è una normativa che consente loro di chiedere l’ asilo politico. Credo che ci siano diverse categorie di rifugiati (per esempio chi è rifugiato per motivi politici e chi per tragedie umanitarie) ma non ne sono sicuro.
Persone a cui si riconosce lo status di Rifugiato, sono migranti con situazioni particolari.
Chi nel paese di origine è perseguitato
Sono un carabiniere, non mi fate domande.
2) PERCHE’ VENGONO A CHIEDERE ASILO DA NOI?
Perché stanno male dove stanno!
Perchè stanno male a casa loro, mentre qui ottengono tutto. Vicino a me, a S.Michele, io ho sentito dire che agli stranieri danno la casa e ai ragazzini che vivono lì dentro danno pure trenta euro al giorno. E noi che siamo stupidi? Io ho i miei figli che lavorano e non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Un anno che hanno chiesto l'asilo nido comunale per i bambini, ma non li prendono. Ci credo, ci stanno sempre gli stranieri prima! E noi nonni vecchi stiamo qui a mettere i buchi...
Perchè l’Italia, anche se qui non si dice, è un paese in cui si può vivere bene.
Se è gente che scappa, significa che ha fatto qualcosa che non va! E poi tante volte si battono tra loro per cose stupide... e che c’entro io?
Perchè c’è guerra.
Perchè lì dove stanno non hanno una casa loro. Sennò come si accontenterebbero di dormire sui cartoni per strada? E' perchè anche prima non avevano niente. Io sono nata a piazza Vittorio, qui tutto è cambiato. Mi fanno pena quelli per le strade. Tante volte mi hanno pure chiesto di affittare la cantina agli extra-comunitari, ma io non voglio ficcare esseri umani sotto terra come topi. Crepo ma non gliel'affitto, non mi importa dei soldi. Signora, questi rifugiati che ha davanti una casa ce l'avevano e non avevano affatto problemi economici, ma sono dovuti scappare perchè perseguitati politici... E ti pare giusto allora? E' ora che voi giovani fate la rivoluzione! Svegliatevi voi e loro e andate contro quelli che stanno lassù al Governo che si mangiano tutto e vi ammazzano pure.
Perchè hanno problemi nel loro paese, no?! Ma che domande mi fate? Io ho girato mezzo mondo, queste cose le so...
3) I RIFUGIATI TRA NOI SONO Più UTILI O Più PERICOLOSI?
Utili se impariamo a conoscere altre realtà. Lo stato inoltre dovrebbe metterli in regola e garantire loro una casa e un lavoro.
Nessuna delle due. Qualunque persona può essere utile o pericolosa.
Io credo che siano più utili. Loro stanno cercando di costruirsi un'altra vita. Purtroppo però l’Italia è un paese molto corrotto e rischiano di incontrare dei “caporali “ , finendo a lavorare in nero.
Purtroppo sono invisibili e rischiano di finire nelle mani delle mafie. Dipende tutto dai governi che devono regolarizzarli. Questo è l’ unico modo per fare dei passi in avanti.
Bè se mi ricordo bene Einstein era un rifugiato! Possono portare molte risorse, se le sapessimo usare… Non sono pericolosi.
Certo che sono pericolosi. (Dato che l’intervistato è un migrante, ci accertiamo che abbia capito bene la domanda) Io e gli altri stranieri diventiamo pericolosi. L’Italia ci fa diventare pericolosi perché ci fa vivere così, senza documento e lavoro regolare.
Non sono pericolosi. Sono più fragili rispetto a chi viene qui solo per lavorare perché hanno una situazione peggiore.
Sono esseri umani come tutti gli altri, non sono né esseri pericolosi né esseri utili da sfruttare.
Se sono scappati qualcosa avranno fatto… magari sono stati violenti nel loro Paese e possono essere pericolosi anche qui.
Bisogna fare attenzione ai fondamentalismi. Se una persona sceglie di stare da una parte in maniera “fondamentale”, c’è da stare attenti.
Sicuramente utili.
4) CHE NE PENSA DELL'ACCOGLIENZA DEGLI STRANIERI IN ITALIA?
Che è una schifezza.
Sinceramente in questo campo sono ignorante.
A volte è buona, a volte no. Mica possiamo riempire tutti i buchi noi, qui in Italia si fa il possibile. Io per esempio sono malata di osteoporosi al terzo stadio, ma le medicine me le devo comprare da sola! Sessanta euro ogni volta li sborso io, ti sembra giusto?
E’ un problema perché c’è la crisi. Ma è proprio nei periodi di crisi che si vede la vera accoglienza.
Ci può essere accoglienza in Italia. Ma nei CPT no, quella è prigionia.
Non c’è accoglienza perché gli italiani non sono aperti agli stranieri. Gli italiani non accettano abitudini diverse, soprattutto se legate alla religione islamica. Se tu italiana vai in discoteca a me non interessa, non dico niente. E così la donna che porta il velo deve essere rispettata dagli italiani.
Ah sì, pure loro arrivano e che pensano di trovare? Noi li accogliamo come possiamo e loro invece bruciano le case... l'ho sentito che è successo a Lampedusa. Loro dovrebbero essere più buoni!
Io mi chiedo: perché hanno buttato gli immigrati in mare? Non siamo razzisti. Siamo tutti uguali, né razze né colori. E’ inumano. Ci devono essere dei responsabili davanti al Padre Eterno, siamo tutti uguali davanti al Padre Eterno.
5) SA COS'E’ IL TOGO? E L'OROMIA? E IL DARFUR?
Il Togo… aspetta, è un panino?
Il Togo no, il Darfur l’ho sentito dire, l’Oromia bò, io lavoro da mattina e sera e non sono aggiornato.
Il Togo... è un paese africano. Il Darfur l'ho sentito in televisione, l'Oromia no.
Togo non so cosa sia e non conosco l’ Oromia. Il Darfur mi sembra che sia una città in cui c’è stata una guerriglia. Anche gli Stati Uniti volevano fare qualcosa per aiutarli.
Cos’è Togo? Bò non so. E Darfur? Questo l’ho sentito… che Darfur?
Il Togo è uno stato africano accanto al Benin; la sua religione nazionale è il vudu; e in passato è stato uno dei più grandi fornitori di schiavi neri. Tutto questo lo so perché recentemente sono stato in vacanza nel Benin. L’ Oromia non so cosa sia. Il Darfur è una regione nel nord del Sudan dove Bashir dal 2002 fa pogrom con la sua milizia a metà strada tra esercito e banda di mercenari.
6) IN QUANTE LINGUE SA DIRE “ARRIVEDERCI”?
Arrivederci!
Tre o quattro credo.
Bangla: Abardacha hobe, Indi: Per Melingua, Arabo: Ma Salam, Inglese: see you again. E italiano!
Molte. Francese, Tedesco… te lo vorrei dire in Swahili ma adesso non me lo ricordo.
Italiano, Rumeno: Ala re vedere. Sono due lingue simili, vengono entrambe dal latino.
Italiano, spagnolo, inglese.
Italiano e francese.
Polacco, italiano, inglese.
In Italiano!
lunedì 22 giugno 2009
martedì 16 giugno 2009
CHE SIGNIFICA OSPITALITA'
Ospitalità è aprire le porte all'estraneo ed estraneo è chiunque al primo incontro perché alla nascita siamo tutti stranieri e dipende da chi incontri se in questo mondo ti senti a casa tua o no. Ospitalità è non far sentire ospite chi si accogli. C'è da dare occasione di riposo e una tavola pronta a chi arriva. Importante è presentare il nuovo venuto alla comunità, così che questo si senta a casa. Secondo me il più bel gesto di ospitalità è abbracciarsi e baciarsi fortemente e onestamente.
Quando arriva uno straniero a casa la prima cosa è offrire dell'acqua. Non si sa mai da dove viene e che viaggio ha fatto, quindi bisogna portare subito dell'acqua, preparare il bagno per la doccia e cucinare mentre l'ospite riposa un po'. A casa mia arrivano spesso molte persone straniere: mentre i miei figli li salutano, presentano loro la casa e portano le valigie nella stanza degli ospiti, io preparo il bagno e la cucina. Una volta ho visto due stranieri vagare nella strada principale del paese, era sera tardi e non sapevano dove andare. Ho capito che avevano bisogno di ospitalità. Quando si sono fermati sotto il grande albero di mango dietro casa mia, io li ho salutati e ho chiesto loro se andava tutto bene. L'uomo m'ha spiegato che venivano da un altro villaggio, a causa dell'autobus hanno fatto molto tardi e non sapevano dove dormire. Così li ho accompagnati a casa mia e ho iniziato il rituale dell'ospitalità.
Durante un lungo viaggio che ho fatto anni fa la macchina s'è fermata all'improvviso. Qualcosa nel motore s'è rotto e ci siamo trovati in una strada deserta col buio. Che fare? Uno di noi resta in macchina ad aspettare che passi qualcuno, gli altri camminano a piedi in cerca di un villaggio. Arrivati in un piccolo villaggio di case col tetto di paglia, come ce ne sono tanti nella mia regione in Guinea Konakri, abbiamo bussato e chiesto aiuto. Ci hanno subito aperto le porte di casa, ci hanno ascoltato e fatto mangiare, poi uno di loro è venuto con noi a provare ad aggiustare la macchina. Quella notte abbiamo dormito in casa loro perché per gli ospiti c'è sempre posto. Questa è l'ospitalità africana, la più naturale e la più bella per noi. Se invece qui ti si ferma la macchina in una strada deserta di notte è molto difficile che va a finire così, o hai il cellulare o sei fritto!
Vi racconto un vecchio ricordo di ospitalità. Era sabato e io camminavo con mio padre e I miei fratelli di ritorno dalla chiesa. Mio padre all'improvviso cambia strada e ci dice che avremmo fatto una sorpresa alla zia. La strada a piedi era lunga e io volevo che papà mi prendesse in braccio e così i miei fratelli. Arriviamo tutti in braccio a papà in questa casa dove c'era un grande tavolo all'aperto e tutta la famiglia a cucinare in festa. Quando ci vedono la festa si fa più grande, ci abbracciano e ci fanno sedere. Mangiare e giocare con i miei cugini in questa grande casa nuova ma familiare è stato uno dei momenti più felici per me.
Un'ospitalità che non m'aspettavo me l'ha offerta un poliziotto a Termini. Erano per me I primi giorni in Italia e non capivo niente di niente. Un uomo esce dalla macchina della polizia e mi chiede chi sono e i documenti. Io prima non riesco a rispondere niente, poi provo a dire qualcosa in francese. Vengo dal Togo, non ho ancora documenti. Il poliziotto mi chiede con pazienza se ho fatto domanda di asilo in Questura e gli dico di no, dov'è la Questura? Il poliziotto mi dice di andare al Centro Astalli per mangiare e avere informazioni. Bene, ma dove è il Centro Astalli? Mentre abbiamo questa conversazione impossibile passa una donna del Camerun e il poliziotto la ferma. Lei ci aiuta a capirci e il poliziotto le chiede se può accompagnarmi al Centro Astalli. Questa donna è una perfetta sconosciuta, una passante, ma dice di sì e mi accompagna tutto il giorno dove serve, poi mi saluta. Così inizia la mia storia in Italia, con un gesto superlativo.
Il più bel gesto di ospitalità era di domenica quando andavamo a mangiare le lasagne fatte in casa da mia nonna. Lei preparava la pasta su una grande tavola di legno e le sua braccia erano esperte e fortissime. Il sugo era sul fuoco dalla mattina presto, prima di pranzo entravamo in cucina solo io e lei per friggere due patatine come antipasto. Per me non c'era bisogno di aspettare gli altri, le mangiavo subito zitta zitta. Mio nonno e mia mamma apparecchiavano la tavola, ognuno aveva il suo posto e io ero a capotavola. Quando era tutto pronto andavamo a mangiare in terrazzo, ma nonna faceva avanti e dietro e non si sedeva finché tutti in famiglia non avevano mangiato a sazietà. Eravamo sempre tanti, gli ospiti arrivavano all'ultimo minuto e c'era da mangiare per tutti.
Ho vissuto qualcosa di simile la prima volta che sono entrata in una casa occupata dei rifugiati del Sudan, Etiopia ed Eritrea a Roma. Era tutto buio e qualcuno ci aspettava in strada per accompagnarci. Dentro, mille candele ci indicavano la strada, una musica africana si sentiva dal piano di sopra e c'era un buon odore di cucina tra le stanze. Entriamo in una stanza e c'è un tavolo con piccole tovaglie di giornale e dei cuscini a terra messi ai piedi dei letti con lenzuola bianche lavate e stirate. Tutto profuma. I cuochi ci offrono da mangiare e da bere, girano intorno a noi e controllano che stiamo bene. Nessuno ha fretta, tutto è calmo. Rimaniamo lì il giorno intero. Lì ho imparato che significa accogliere da chi credevo di accogliere. Tra le difficoltà può esserci la più grande ospitalità. A loro dico sempre GRAZIE.
Mi sentivo accolto quando andavo a casa da mia zia. Lei aveva sempre tempo per me e mi faceva sedere su un tappeto morbido fatto di penne d'oca, come un sottile materasso. C'erano cuscini per la schiena e così seduti parlavamo per ore bevendo del tè. Non serviva altro. Quando parlavo, lei mi guardava sempre dritto negli occhi.
In Etiopia è un pò come in Afghanistan, quando arrivano gli ospiti li si fa sedere su tappeti in grandi stanze, generalmente una per gli uomini e una per le donne. Tutti si tolgono le scarpe, si lavano i piedi e si mettono comodi. I più giovani del gruppo, uomini e donne, pensano a preparare e a servire il tè con qualcosa da mangiare. Nella stanza ci sono cuscini per appoggiare le braccia mentre si parla e si beve inseme. Passiamo così interi pomeriggi, spesso masticando ghat. Il ghat viene da una pianta che ha molte forme, può essere piccola piccola e forte o lunga con il fusto amaro. Ne prendi un pò e la metti nella guancia, poi succhi piano piano quello che esce. Ti dà calore e fa passare la stanchezza. Si usa in Etiopia, in Somalia, in Kenya, in Somalia ne vanno pazzi anche se è difficile da trovare, ai Somali piace stare tutto il giorno a succhiare ghat e non si muovono neanche se te ne vai con le loro ragazze! Da noi il tempo con gli ospiti stesi sui tappeti, il tè, il narghilè e il ghat è bellissimo, sai quando inizia ma non sai mai quando finisce.
Una mia amica che ama masticare il ghat m'ha raccontato una buffa storia di ospitalità: un turista tedesco si trovava ad Addis Abeba per il capodanno e la sera successiva vede accendersi la città come mai prima. Il giorno dopo capodanno è per noi la festa della rivoluzione, una delle più grandi feste dell'anno, ma lui non lo sapeva. Così chiede alla mia amica cosa stava succedendo, perché tutte queste luci e lucine ovunque tutte insieme nelle case e nelle strade (è davvero un bello spettacolo) e lei gli risponde scherzando “bè, festeggiamo che anche da noi è arrivata l'elettricità” ma lui la prende sul serio! Lei continua a scherzare e lo invita a fare una cosa tradizionale, entrano in un locale e iniziano a masticare ghat. Sette giorni sono rimasti dentro senza uscire mai. Chi l'ha visto uscire dopo una settimana è morto dal ridere, il turista era tutto rosso e con gli occhi a palla! Ironia dell'ospitalità interculturale.
Da noi c'è un proverbio che dice: se è vero che gli ospiti non sono tutti uguali, è ancora più vero che per il padrone di casa sono tutti uguali. Io lo vedo qui che noi stranieri siamo molto diversi, vivere insieme a volte è molto difficile, ma vedo pure che per gli italiani padroni di casa siamo tutti uguali.
La parola ospitalità è al femminile e il più bel gesto di ospitalità l'ho ricevuto da una donna. Ero a Firenze a una festa, conosciamo due ragazze belghe incantevoli. Ci parliamo e balliamo insieme tutta la sera. La festa finisce con un bacio tra me e una di queste meravigliose ragazze. Il giorno dopo lei sta per partire e mi invita in Belgio. Io compro il biglietto e vado. Lei mi ospita in una casa dove vive con I suoi amici, preparano una cena con polpettone e vino, parliamo e ci conosciamo piano piano in un bell'ambiente caloroso. Lei mi ospita nella sua stanza e nel suo letto (e io penso: uao, è ora del sesso! E invece no, perché allora io non vedevo...), poi mi porta nel bosco a conoscere la sua famiglia. Sua mamma era una simpatica e gigante signora vestita di viola con piccoli occhiali tondi, viveva al confine tra Belgio e Olanda in un posto che un po' vantava bandierine olandesi, un po' belghe e tu sapevi solo di essere in mezzo a un bosco odoroso con una ragazza radiosa vicino. La mamma era una cuoca esperta e mentre ci fa mangiare fiumi di portate ci racconta la sua vita regalando lunghe storie e dettagli importanti a uno sconosciuto come me. Dopo il bosco ci salutiamo e io torno a casa mia pensando finalmente “sono fortunato”.
Quando arriva uno straniero a casa la prima cosa è offrire dell'acqua. Non si sa mai da dove viene e che viaggio ha fatto, quindi bisogna portare subito dell'acqua, preparare il bagno per la doccia e cucinare mentre l'ospite riposa un po'. A casa mia arrivano spesso molte persone straniere: mentre i miei figli li salutano, presentano loro la casa e portano le valigie nella stanza degli ospiti, io preparo il bagno e la cucina. Una volta ho visto due stranieri vagare nella strada principale del paese, era sera tardi e non sapevano dove andare. Ho capito che avevano bisogno di ospitalità. Quando si sono fermati sotto il grande albero di mango dietro casa mia, io li ho salutati e ho chiesto loro se andava tutto bene. L'uomo m'ha spiegato che venivano da un altro villaggio, a causa dell'autobus hanno fatto molto tardi e non sapevano dove dormire. Così li ho accompagnati a casa mia e ho iniziato il rituale dell'ospitalità.
Durante un lungo viaggio che ho fatto anni fa la macchina s'è fermata all'improvviso. Qualcosa nel motore s'è rotto e ci siamo trovati in una strada deserta col buio. Che fare? Uno di noi resta in macchina ad aspettare che passi qualcuno, gli altri camminano a piedi in cerca di un villaggio. Arrivati in un piccolo villaggio di case col tetto di paglia, come ce ne sono tanti nella mia regione in Guinea Konakri, abbiamo bussato e chiesto aiuto. Ci hanno subito aperto le porte di casa, ci hanno ascoltato e fatto mangiare, poi uno di loro è venuto con noi a provare ad aggiustare la macchina. Quella notte abbiamo dormito in casa loro perché per gli ospiti c'è sempre posto. Questa è l'ospitalità africana, la più naturale e la più bella per noi. Se invece qui ti si ferma la macchina in una strada deserta di notte è molto difficile che va a finire così, o hai il cellulare o sei fritto!
Vi racconto un vecchio ricordo di ospitalità. Era sabato e io camminavo con mio padre e I miei fratelli di ritorno dalla chiesa. Mio padre all'improvviso cambia strada e ci dice che avremmo fatto una sorpresa alla zia. La strada a piedi era lunga e io volevo che papà mi prendesse in braccio e così i miei fratelli. Arriviamo tutti in braccio a papà in questa casa dove c'era un grande tavolo all'aperto e tutta la famiglia a cucinare in festa. Quando ci vedono la festa si fa più grande, ci abbracciano e ci fanno sedere. Mangiare e giocare con i miei cugini in questa grande casa nuova ma familiare è stato uno dei momenti più felici per me.
Un'ospitalità che non m'aspettavo me l'ha offerta un poliziotto a Termini. Erano per me I primi giorni in Italia e non capivo niente di niente. Un uomo esce dalla macchina della polizia e mi chiede chi sono e i documenti. Io prima non riesco a rispondere niente, poi provo a dire qualcosa in francese. Vengo dal Togo, non ho ancora documenti. Il poliziotto mi chiede con pazienza se ho fatto domanda di asilo in Questura e gli dico di no, dov'è la Questura? Il poliziotto mi dice di andare al Centro Astalli per mangiare e avere informazioni. Bene, ma dove è il Centro Astalli? Mentre abbiamo questa conversazione impossibile passa una donna del Camerun e il poliziotto la ferma. Lei ci aiuta a capirci e il poliziotto le chiede se può accompagnarmi al Centro Astalli. Questa donna è una perfetta sconosciuta, una passante, ma dice di sì e mi accompagna tutto il giorno dove serve, poi mi saluta. Così inizia la mia storia in Italia, con un gesto superlativo.
Il più bel gesto di ospitalità era di domenica quando andavamo a mangiare le lasagne fatte in casa da mia nonna. Lei preparava la pasta su una grande tavola di legno e le sua braccia erano esperte e fortissime. Il sugo era sul fuoco dalla mattina presto, prima di pranzo entravamo in cucina solo io e lei per friggere due patatine come antipasto. Per me non c'era bisogno di aspettare gli altri, le mangiavo subito zitta zitta. Mio nonno e mia mamma apparecchiavano la tavola, ognuno aveva il suo posto e io ero a capotavola. Quando era tutto pronto andavamo a mangiare in terrazzo, ma nonna faceva avanti e dietro e non si sedeva finché tutti in famiglia non avevano mangiato a sazietà. Eravamo sempre tanti, gli ospiti arrivavano all'ultimo minuto e c'era da mangiare per tutti.
Ho vissuto qualcosa di simile la prima volta che sono entrata in una casa occupata dei rifugiati del Sudan, Etiopia ed Eritrea a Roma. Era tutto buio e qualcuno ci aspettava in strada per accompagnarci. Dentro, mille candele ci indicavano la strada, una musica africana si sentiva dal piano di sopra e c'era un buon odore di cucina tra le stanze. Entriamo in una stanza e c'è un tavolo con piccole tovaglie di giornale e dei cuscini a terra messi ai piedi dei letti con lenzuola bianche lavate e stirate. Tutto profuma. I cuochi ci offrono da mangiare e da bere, girano intorno a noi e controllano che stiamo bene. Nessuno ha fretta, tutto è calmo. Rimaniamo lì il giorno intero. Lì ho imparato che significa accogliere da chi credevo di accogliere. Tra le difficoltà può esserci la più grande ospitalità. A loro dico sempre GRAZIE.
Mi sentivo accolto quando andavo a casa da mia zia. Lei aveva sempre tempo per me e mi faceva sedere su un tappeto morbido fatto di penne d'oca, come un sottile materasso. C'erano cuscini per la schiena e così seduti parlavamo per ore bevendo del tè. Non serviva altro. Quando parlavo, lei mi guardava sempre dritto negli occhi.
In Etiopia è un pò come in Afghanistan, quando arrivano gli ospiti li si fa sedere su tappeti in grandi stanze, generalmente una per gli uomini e una per le donne. Tutti si tolgono le scarpe, si lavano i piedi e si mettono comodi. I più giovani del gruppo, uomini e donne, pensano a preparare e a servire il tè con qualcosa da mangiare. Nella stanza ci sono cuscini per appoggiare le braccia mentre si parla e si beve inseme. Passiamo così interi pomeriggi, spesso masticando ghat. Il ghat viene da una pianta che ha molte forme, può essere piccola piccola e forte o lunga con il fusto amaro. Ne prendi un pò e la metti nella guancia, poi succhi piano piano quello che esce. Ti dà calore e fa passare la stanchezza. Si usa in Etiopia, in Somalia, in Kenya, in Somalia ne vanno pazzi anche se è difficile da trovare, ai Somali piace stare tutto il giorno a succhiare ghat e non si muovono neanche se te ne vai con le loro ragazze! Da noi il tempo con gli ospiti stesi sui tappeti, il tè, il narghilè e il ghat è bellissimo, sai quando inizia ma non sai mai quando finisce.
Una mia amica che ama masticare il ghat m'ha raccontato una buffa storia di ospitalità: un turista tedesco si trovava ad Addis Abeba per il capodanno e la sera successiva vede accendersi la città come mai prima. Il giorno dopo capodanno è per noi la festa della rivoluzione, una delle più grandi feste dell'anno, ma lui non lo sapeva. Così chiede alla mia amica cosa stava succedendo, perché tutte queste luci e lucine ovunque tutte insieme nelle case e nelle strade (è davvero un bello spettacolo) e lei gli risponde scherzando “bè, festeggiamo che anche da noi è arrivata l'elettricità” ma lui la prende sul serio! Lei continua a scherzare e lo invita a fare una cosa tradizionale, entrano in un locale e iniziano a masticare ghat. Sette giorni sono rimasti dentro senza uscire mai. Chi l'ha visto uscire dopo una settimana è morto dal ridere, il turista era tutto rosso e con gli occhi a palla! Ironia dell'ospitalità interculturale.
Da noi c'è un proverbio che dice: se è vero che gli ospiti non sono tutti uguali, è ancora più vero che per il padrone di casa sono tutti uguali. Io lo vedo qui che noi stranieri siamo molto diversi, vivere insieme a volte è molto difficile, ma vedo pure che per gli italiani padroni di casa siamo tutti uguali.
La parola ospitalità è al femminile e il più bel gesto di ospitalità l'ho ricevuto da una donna. Ero a Firenze a una festa, conosciamo due ragazze belghe incantevoli. Ci parliamo e balliamo insieme tutta la sera. La festa finisce con un bacio tra me e una di queste meravigliose ragazze. Il giorno dopo lei sta per partire e mi invita in Belgio. Io compro il biglietto e vado. Lei mi ospita in una casa dove vive con I suoi amici, preparano una cena con polpettone e vino, parliamo e ci conosciamo piano piano in un bell'ambiente caloroso. Lei mi ospita nella sua stanza e nel suo letto (e io penso: uao, è ora del sesso! E invece no, perché allora io non vedevo...), poi mi porta nel bosco a conoscere la sua famiglia. Sua mamma era una simpatica e gigante signora vestita di viola con piccoli occhiali tondi, viveva al confine tra Belgio e Olanda in un posto che un po' vantava bandierine olandesi, un po' belghe e tu sapevi solo di essere in mezzo a un bosco odoroso con una ragazza radiosa vicino. La mamma era una cuoca esperta e mentre ci fa mangiare fiumi di portate ci racconta la sua vita regalando lunghe storie e dettagli importanti a uno sconosciuto come me. Dopo il bosco ci salutiamo e io torno a casa mia pensando finalmente “sono fortunato”.
lunedì 30 marzo 2009
INTERVISTA AD ALESSANDRA SCIURBA - MELTINGPOT
1) Puoi raccontarci cosa siete andati a fare a Patrasso? Cosa lega il porto di Venezia con Patrasso?
Siamo andati a Patrasso con una delegazione della rete di associazioni veneziane “Tuttiidirittiumanipertutti”, con la volontà di ricostruire le storie di quei migranti respinti dal porto di Venezia e rimandati indietro in Grecia. Nei porti dell’Adriatico, infatti, arrivano quotidianamente donne e uomini in fuga dal limbo della repubblica ellenica, dove i diritti dei migranti vengono quotidianamente violati. Si nascondono dentro i cassoni coibentati dei tir, con il rischio di morire soffocati, oppure nelle celle frigorifere, e arrivano semi assiderati. Fuggono, in cerca di protezione internazionale, e quando vengono trovati dalla polizia di frontiera italiana il più delle volte vengono costretti a firmare dei fogli che non capiscono perché non gli viene permesso di incontrare alcun interprete né un operatore giuridico, e vengono reimbarcati sulla stessa nave con la quale era arrivato il tir sul quale si erano nascosti. Chiusi in anguste cabine per decine di ore, al loro arrivo a Patrasso li attende la violenza della polizia greca, la detenzione in un container di pochi metri quadrati, e poi ancora il limbo, senza nessuna possibilità di fare valere la propria storia di violenze subite e di persecuzioni personali. Quasi tutti, infatti, sono profughi in fuga dalle zone di conflitto più disastrate del pianeta: Iraq, Afghanistan, persino Somalia, Eritrea o Sudan da quando la rotta a sud di Lampedusa è diventata sempre più militarizzata.
E quando arrivano ad Ancona, a Bari, o a Brindisi, è sostanzialmente la stessa prassi. Eppure questi respingimenti con affido al comandante della nave non sono rispettosi delle norme di legge nazionale e internazionale. Non si tratta di un’applicazione della Convenzione di Dublino, che assegna la responsabilità di accogliere le richieste di asilo al primo strato tra i paesi firmatari in cui il migrante in questione ha fatto ingresso, ma di una procedura amministrativa condotta in modo arbitrario e sommario facendo riferimento ad un accordo tra Grecia e Italia del 1999 che invece è giuridicamente subordinato ai testi di legge comunitari (come le direttive europee sull’asilo), oltre che alla Convenzione di Ginevra che per prima ha vietato il respingimento delle persone in paesi nei quali possano incorrere in trattamenti inumani o degradanti (Art. 33, divieto di refoulement). Di quel che accade in quei momenti, però, non resta alcun documento scritto. Da lungo tempo le associazioni veneziane cercano di far luce su questa realtà, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che la cosa più importante che potessimo fare era compiere anche noi il percorso a ritroso: andare a Patrasso a raccogliere le testimonianze di chi era stato respinto.
2) C'è molta preoccupazione riguardo alla situazione dei richiedenti asilo in Grecia, anche da parte dell'UNHCR. Perchè?
La Grecia, nei fatti, non garantisce minimamente la possibilità di chiedere e ottenere asilo politico. Il tasso dei riconoscimenti è dello 0,4% e dal mese di settembre 2008 è stato persino sospeso l’accoglimento delle istanze. Inoltre le condizioni di detenzione nei centri per migranti sono pessime e le persone vengono costantemente soggette a violenze e soprusi da parte delle forze dell’ordine. La cosa più grave in assoluto, però, sono le pratiche di deportazione verso la Turchia attuate dalla Repubblica ellenica ai danni di persone, soprattutto curdi e afghani, che avrebbero invece diritto di ricevere una forma di protezione internazionale nel territorio dell’Ue. La Turchia, è bene ricordarlo, non ha mai firmato il protocollo di New York che ha abbattuto la riserva geografica che vincolava in origine la convenzione del ‘51. Ciò vuol dire che non contempla la possibilità di concedere l’asilo a profughi non europei. Afghani e curdi vengono dalla Turchia rimpatriati nei loro paesi con un’alta probabilità di incorrere nella tortura, nella la morte, e comunque nella violenza generalizzata. Si tratta di evidenti violazioni del principio di non refoulement, le cui responsabilità, nel momento in cui si rimandano i migranti verso la Grecia, ricadono anche sulla polizia italiana. è chiaro dunque che in questa situazione, peraltro ampiamente denunciata anche di recente da un bellissimo rapporto di Human Rights watch sui migranti in Grecia e in Turchia e da un rapporto della Commissione europea, l’Acnur abbia dovuto prendere posizione chiedendo nettamente ai paesi firmatari della Convenzione di Dublino di sospendere la stessa Convenzione nel caso in cui si tratti di rimandare indietro i richiedenti asilo verso la Grecia.
3) Come intendete agire ora per denunciare questa situazione?
Intanto continuando a denunciare e a fare controinformazione. I risultati di questo lavoro si stanno in parte già vedendo. Fino a qualche mese fa pochissimi sapevano di Patrasso, oggi ne parlano famose trasmissioni televisive e testate giornalistiche nazionali. Non è certamente solo frutto delle nostre battaglie, perché purtroppo, come sempre avviene, i riflettori si sono accesi soprattutto dopo la morte di giovanissimi ragazzi in fuga dai controlli della polizia portuale italiana. il caso più eclatante è stato quello di Zaher Rezai, morto il 10 dicembre dopo essere riuscito a partire da Patrasso e raggiungere Venezia, scivolando dal tir sotto il quale si era attaccato e venendo travolto dallo stesso mezzo. Il nostro contributo, in questa tragedia, è stato però quello di imporre una semplice domanda, al di là della commozione e della solidarietà che un po’ tutti hanno dimostrato: perché un ragazzino di 13 anni proveniente dall’Afghanistan si nasconde e muore pur di non incontrare la polizia di frontiera del porto di Venezia? Perché teme di venire respinto, evidentemente, come è successo ad altri nella sua esatta condizione. Eppure dovrebbe essere la figura più tutelata dell’intero ordinamento giuridico. Minorenne e profugo Zaher è morto con le sue poesie in tasca. Una mi torna sempre in mente, e diceva: “giardiniere, apri la porta del giardino, io non sono un ladro di fiori”.
Ci sono inoltre una serie di rimedi giuridici che stiamo costruendo e che a breve vedranno la luce, perché i margini di azione legale sono vastissimi. La Grecia e l’Italia violano decine di norme comunitarie e internazionali, e persino la loro stessa legislazione interna. È vero che con il pretesto della sicurezza e dell’ordine pubblico si stanno demolendo pezzo per pezzo i diritti fondamentali fino ad ora ritenuti almeno formalmente inviolabili. Ma rimane una strada da tentare. Ovviamente, senza prese di coscienza come quella che ha caratterizzato gli abitanti di Lampedusa, senza i movimenti e le lotte quotidiane, i ricorsi e i rimedi giuridici in generale non riescono mai ad arrivare troppo lontano.
4) Quali sono i percorsi dei migranti che avete incontrato a Patrasso per arrivare in Italia?
La rotta dell’Egeo sta assumendo dimensioni sempre più importanti nel panorama dei percorsi migratori, e ad attraversarla e a determinarla sono quasi sempre profughi in cerca di protezione, evidente ‘effetto collaterale’ delle guerre condotte in medio Oriente nelle quali anche l’Europa ha pesantissime responsabilità. Gli afghani, ad esempio, si trovano a fuggire in Iran e poi in Turchia, da dove passano anche i profughi iracheni. Segue il difficile attraversamento della lingua di Mare che separa Smirne dalle isole greche e nella quale le polizie di entrambi i paesi si rimpallano le piccole barche non di rado distruggendo il motore o bucando i gommoni. Quando si riesce ad attraversarla si finisce poi, direttamente, nella costellazione dei centri di detenzione delle isole, dove si rimane per 90 giorni in condizioni di massima precarietà e sottoposti a violenze quotidiane. In questi centri vengono internati indistintamente minori e adulti. Di possibilità di richiedere asilo, ovviamente, neppure a parlarne. Dopo questo internamento si possono seguire due strade. La prima è imposta dal governo quando decide di provare a deportare a ritroso rispedendo verso la Turchia. I migranti vengono allora trasferiti nella zona di Evros e nuovamente detenuti in attesa che il governo turco dia il via libera. Quando, la maggior parte delle volte, l’autorizzazione non arriva, le persone vengono a un certo punto liberate e abbandonate al confine. La seconda strada è invece un misto di scelte soggettive e di controllo imposto: i migranti raggiungono Atene e da lì direttamente Patrasso, consapevoli che in Grecia, per loro, non c’è alcun futuro.
5) Ultima domanda: pensi che il campo profughi di Patrasso e la trasformazione del centro di Lampedusa in un CIE siano figli di una stessa logica? Qual'è la differenza tra chi è fermo a
Patrasso e chi a Lampedusa, oggi?
Credo che esista una logica europea di gestione della mobilità migrante che necessita di centri di detenzione come quello di Lampedusa (che, è bene ricordarlo, è stato solo per pochi anni un centro di smistamento ed ha un lungo passato alle spalle in cui era un Cpt) e di zone di concentramento informale come quella di Patrasso. Beninteso, non si tratta di un processo coerente e privo di contraddizioni, ma di un sistema continuamente in divenire che ad esempio, in questa congiuntura di crisi globale, sta ancora sperimentando nuove forme di controllo e ridefinendo i propri obiettivi.
Sarebbe un errore, però, considerare i migranti semplicemente come vittime di tutto questo. Il loro ruolo attivo, le scelte soggettive, le aspirazioni e i desideri, costringono gli stessi dispositivi di controllo a delocalizzarsi inseguendoli, a riorientarsi di continuo. Dove si militarizza una rotta, ad esempio, se ne apre immediatamente un’altra. Lampedusa e Patrasso sono luoghi in cui diventano più visibili ed evidenti queste opposte tensioni che si affrontano.
Siamo andati a Patrasso con una delegazione della rete di associazioni veneziane “Tuttiidirittiumanipertutti”, con la volontà di ricostruire le storie di quei migranti respinti dal porto di Venezia e rimandati indietro in Grecia. Nei porti dell’Adriatico, infatti, arrivano quotidianamente donne e uomini in fuga dal limbo della repubblica ellenica, dove i diritti dei migranti vengono quotidianamente violati. Si nascondono dentro i cassoni coibentati dei tir, con il rischio di morire soffocati, oppure nelle celle frigorifere, e arrivano semi assiderati. Fuggono, in cerca di protezione internazionale, e quando vengono trovati dalla polizia di frontiera italiana il più delle volte vengono costretti a firmare dei fogli che non capiscono perché non gli viene permesso di incontrare alcun interprete né un operatore giuridico, e vengono reimbarcati sulla stessa nave con la quale era arrivato il tir sul quale si erano nascosti. Chiusi in anguste cabine per decine di ore, al loro arrivo a Patrasso li attende la violenza della polizia greca, la detenzione in un container di pochi metri quadrati, e poi ancora il limbo, senza nessuna possibilità di fare valere la propria storia di violenze subite e di persecuzioni personali. Quasi tutti, infatti, sono profughi in fuga dalle zone di conflitto più disastrate del pianeta: Iraq, Afghanistan, persino Somalia, Eritrea o Sudan da quando la rotta a sud di Lampedusa è diventata sempre più militarizzata.
E quando arrivano ad Ancona, a Bari, o a Brindisi, è sostanzialmente la stessa prassi. Eppure questi respingimenti con affido al comandante della nave non sono rispettosi delle norme di legge nazionale e internazionale. Non si tratta di un’applicazione della Convenzione di Dublino, che assegna la responsabilità di accogliere le richieste di asilo al primo strato tra i paesi firmatari in cui il migrante in questione ha fatto ingresso, ma di una procedura amministrativa condotta in modo arbitrario e sommario facendo riferimento ad un accordo tra Grecia e Italia del 1999 che invece è giuridicamente subordinato ai testi di legge comunitari (come le direttive europee sull’asilo), oltre che alla Convenzione di Ginevra che per prima ha vietato il respingimento delle persone in paesi nei quali possano incorrere in trattamenti inumani o degradanti (Art. 33, divieto di refoulement). Di quel che accade in quei momenti, però, non resta alcun documento scritto. Da lungo tempo le associazioni veneziane cercano di far luce su questa realtà, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che la cosa più importante che potessimo fare era compiere anche noi il percorso a ritroso: andare a Patrasso a raccogliere le testimonianze di chi era stato respinto.
2) C'è molta preoccupazione riguardo alla situazione dei richiedenti asilo in Grecia, anche da parte dell'UNHCR. Perchè?
La Grecia, nei fatti, non garantisce minimamente la possibilità di chiedere e ottenere asilo politico. Il tasso dei riconoscimenti è dello 0,4% e dal mese di settembre 2008 è stato persino sospeso l’accoglimento delle istanze. Inoltre le condizioni di detenzione nei centri per migranti sono pessime e le persone vengono costantemente soggette a violenze e soprusi da parte delle forze dell’ordine. La cosa più grave in assoluto, però, sono le pratiche di deportazione verso la Turchia attuate dalla Repubblica ellenica ai danni di persone, soprattutto curdi e afghani, che avrebbero invece diritto di ricevere una forma di protezione internazionale nel territorio dell’Ue. La Turchia, è bene ricordarlo, non ha mai firmato il protocollo di New York che ha abbattuto la riserva geografica che vincolava in origine la convenzione del ‘51. Ciò vuol dire che non contempla la possibilità di concedere l’asilo a profughi non europei. Afghani e curdi vengono dalla Turchia rimpatriati nei loro paesi con un’alta probabilità di incorrere nella tortura, nella la morte, e comunque nella violenza generalizzata. Si tratta di evidenti violazioni del principio di non refoulement, le cui responsabilità, nel momento in cui si rimandano i migranti verso la Grecia, ricadono anche sulla polizia italiana. è chiaro dunque che in questa situazione, peraltro ampiamente denunciata anche di recente da un bellissimo rapporto di Human Rights watch sui migranti in Grecia e in Turchia e da un rapporto della Commissione europea, l’Acnur abbia dovuto prendere posizione chiedendo nettamente ai paesi firmatari della Convenzione di Dublino di sospendere la stessa Convenzione nel caso in cui si tratti di rimandare indietro i richiedenti asilo verso la Grecia.
3) Come intendete agire ora per denunciare questa situazione?
Intanto continuando a denunciare e a fare controinformazione. I risultati di questo lavoro si stanno in parte già vedendo. Fino a qualche mese fa pochissimi sapevano di Patrasso, oggi ne parlano famose trasmissioni televisive e testate giornalistiche nazionali. Non è certamente solo frutto delle nostre battaglie, perché purtroppo, come sempre avviene, i riflettori si sono accesi soprattutto dopo la morte di giovanissimi ragazzi in fuga dai controlli della polizia portuale italiana. il caso più eclatante è stato quello di Zaher Rezai, morto il 10 dicembre dopo essere riuscito a partire da Patrasso e raggiungere Venezia, scivolando dal tir sotto il quale si era attaccato e venendo travolto dallo stesso mezzo. Il nostro contributo, in questa tragedia, è stato però quello di imporre una semplice domanda, al di là della commozione e della solidarietà che un po’ tutti hanno dimostrato: perché un ragazzino di 13 anni proveniente dall’Afghanistan si nasconde e muore pur di non incontrare la polizia di frontiera del porto di Venezia? Perché teme di venire respinto, evidentemente, come è successo ad altri nella sua esatta condizione. Eppure dovrebbe essere la figura più tutelata dell’intero ordinamento giuridico. Minorenne e profugo Zaher è morto con le sue poesie in tasca. Una mi torna sempre in mente, e diceva: “giardiniere, apri la porta del giardino, io non sono un ladro di fiori”.
Ci sono inoltre una serie di rimedi giuridici che stiamo costruendo e che a breve vedranno la luce, perché i margini di azione legale sono vastissimi. La Grecia e l’Italia violano decine di norme comunitarie e internazionali, e persino la loro stessa legislazione interna. È vero che con il pretesto della sicurezza e dell’ordine pubblico si stanno demolendo pezzo per pezzo i diritti fondamentali fino ad ora ritenuti almeno formalmente inviolabili. Ma rimane una strada da tentare. Ovviamente, senza prese di coscienza come quella che ha caratterizzato gli abitanti di Lampedusa, senza i movimenti e le lotte quotidiane, i ricorsi e i rimedi giuridici in generale non riescono mai ad arrivare troppo lontano.
4) Quali sono i percorsi dei migranti che avete incontrato a Patrasso per arrivare in Italia?
La rotta dell’Egeo sta assumendo dimensioni sempre più importanti nel panorama dei percorsi migratori, e ad attraversarla e a determinarla sono quasi sempre profughi in cerca di protezione, evidente ‘effetto collaterale’ delle guerre condotte in medio Oriente nelle quali anche l’Europa ha pesantissime responsabilità. Gli afghani, ad esempio, si trovano a fuggire in Iran e poi in Turchia, da dove passano anche i profughi iracheni. Segue il difficile attraversamento della lingua di Mare che separa Smirne dalle isole greche e nella quale le polizie di entrambi i paesi si rimpallano le piccole barche non di rado distruggendo il motore o bucando i gommoni. Quando si riesce ad attraversarla si finisce poi, direttamente, nella costellazione dei centri di detenzione delle isole, dove si rimane per 90 giorni in condizioni di massima precarietà e sottoposti a violenze quotidiane. In questi centri vengono internati indistintamente minori e adulti. Di possibilità di richiedere asilo, ovviamente, neppure a parlarne. Dopo questo internamento si possono seguire due strade. La prima è imposta dal governo quando decide di provare a deportare a ritroso rispedendo verso la Turchia. I migranti vengono allora trasferiti nella zona di Evros e nuovamente detenuti in attesa che il governo turco dia il via libera. Quando, la maggior parte delle volte, l’autorizzazione non arriva, le persone vengono a un certo punto liberate e abbandonate al confine. La seconda strada è invece un misto di scelte soggettive e di controllo imposto: i migranti raggiungono Atene e da lì direttamente Patrasso, consapevoli che in Grecia, per loro, non c’è alcun futuro.
5) Ultima domanda: pensi che il campo profughi di Patrasso e la trasformazione del centro di Lampedusa in un CIE siano figli di una stessa logica? Qual'è la differenza tra chi è fermo a
Patrasso e chi a Lampedusa, oggi?
Credo che esista una logica europea di gestione della mobilità migrante che necessita di centri di detenzione come quello di Lampedusa (che, è bene ricordarlo, è stato solo per pochi anni un centro di smistamento ed ha un lungo passato alle spalle in cui era un Cpt) e di zone di concentramento informale come quella di Patrasso. Beninteso, non si tratta di un processo coerente e privo di contraddizioni, ma di un sistema continuamente in divenire che ad esempio, in questa congiuntura di crisi globale, sta ancora sperimentando nuove forme di controllo e ridefinendo i propri obiettivi.
Sarebbe un errore, però, considerare i migranti semplicemente come vittime di tutto questo. Il loro ruolo attivo, le scelte soggettive, le aspirazioni e i desideri, costringono gli stessi dispositivi di controllo a delocalizzarsi inseguendoli, a riorientarsi di continuo. Dove si militarizza una rotta, ad esempio, se ne apre immediatamente un’altra. Lampedusa e Patrasso sono luoghi in cui diventano più visibili ed evidenti queste opposte tensioni che si affrontano.
sabato 14 marzo 2009
Conosci Patrasso?
Più di una frontiera, l'Italia è tutta una frontiera che guarda il mare. Lampedusa Crotone Lecce Bari fino a Venezia. Parliamo di che succede a Lampedusa, chi ci è passato lo sa bene che succede laggiù, vivere in 1800 in un campo per 600 persone, arrivare senza sapere dove si arriva e dove si va, essere ficcati in un aereo che ti riporta indietro, in uno dei posti indietro, che hai attraversato e dove hai pagato e sei stato picchiato internato torturato per essere qui: Libia, Egitto, Tunisia, Iran, Grecia. Ti ci spediscono a caso indietro, secondo gli accordi internazionali che l'Italia fa all'occorrenza pagando i rispettivi governi, non secondo la tua provenienza. La tua vera provenienza nessuno la vuole sapere. O giocano a ping pong tra Patrasso e Venezia, finchè qualcuno muore e qualcun altro la vince....
Certo che so cos'è Patrasso, ci sono stato per un anno a vivere là. Non nella città vera, ma nella città nascosta degli afgani, perché lì sono tutti afgani che si organizzano e ci vivono con quello che possono, coperte e cartoni e quello che trovano. Vivi lì con un po' di soldi in tasca, io passando per l'Iran ho lavorato e ho preso trecento euro. In Iran trovi lavoro facilmente, ma la vita per gli stranieri è impossibile. Se sei straniero devi sparire, la legge dello Stato è contro di te, gli abitanti sono tutti contro di te, non è nemmeno pensabile una voce o un giornale di stranieri là. E gli stranieri sono solo Afgani e Curdi, ci riconoscono facilmente. A nessuno straniero danno il permesso di soggiorno. Là vai e muori straniero
Dall'Iran siamo arrivati in Grecia, lì ci hanno preso le impronte digitali e ci hanno dato un foglio che diceva che dovevamo andare via o fare domanda di asilo entro un mese. Ma tutti in Grecia dicono di andartene, che non si può restare là, e così decidiamo di andare in Italia a chiedere asilo. A Patrasso ogni giorno c'è qualcuno che prova a entrare in Italia. Ci mettiamo dentro i camion, se paghi ti organizzano tutto loro, ma nel mio caso per vivere ho finito i soldi che avevo e dovevo entrare nei camion di nascosto. Ho fatto il viaggio Patrasso-Venezia 20 volte. E venti ritorni me li ricordo tutti. Quando arrivi al porto di Venezia ci sono i controlli della guardia di finanza o dei militari, fanno passare i camion sotto i radar come si fa ai bagagli negli areoporti e ti beccano. Oppure se non hanno i radar entrano nei camion e controllano tutto con le torce. Di notte se sei nascosto bene c'è qualche probabilità in più che non ti vedono. Ma se ti nascondi troppo bene non respiri più. Quando ti prendono ti mettono dentro la prima nave merce, nella stiva, e ti rispediscono a Patrasso. Senza chiederti niente, da dove vieni e perchè. Alcuni amici li hanno messi vicino al motore della nave e sono impazziti per il rumore, altri sono morti per il caldo là sotto. Pochi mesi fa hanno ritrovato un bambino di dieci anni in mare, non so se è morto in mare, chi ce l'ha buttato, e nei suoi pantaloni aveva il foglio di espulsione dall'Italia. Quindi in Italia c'era arrivato.
La ventunesima volta che sono partito mi sono aggrappato sotto un camion che si imbarcava per Bari. C'è chi si aggrappa sopra e chi si regge tra le ruote. Arrivati a Bari il camion scende e prende l'autostrada. Fino a quel momento aveva sempre viaggiato piano, ma nell'autostrada andava forte e c'era un vento tremendo. A un certo punto non ce la facevo più, non sentivo più le braccia e le mani, era impossibile continuare a stare tra le ruote, ho pensato adesso mi lascio e muoio. Vedi la morte tante volte in questi viaggi. Non è per divertimento che scappiamo.
Mentre penso che è finita il camion rallenta, poi si ferma. E' un distributore di benzina. Io sono ancora vivo perché un camion in un'autostrada tra Bari e non so dove ha fatto benzina. Mi libero e vado a chiedere la stazione ferroviaria più vicina, mi dicono che è molto lontana, così inizio a camminare. Arrivo in un paesino e salgo su un treno per Roma. Conoscevo bene il nome di questa città, ma non sapevo che qui nessuno sa che passiamo noi rifugiati prima di arrivare. E che passiamo qui, pure, una volta arrivati. Vi racconto una scena divertente in Questura: il mio amico si presenta, dice da dove viene, fa domanda di asilo, e il poliziotto gli dice “Tu non mi freghi, c'hai gli occhi a madorla, sei cinese!” e poi quando il mio amico gli dice che è nato nel 1387 (in Afganistan non abbiamo il vostro calendario, il nostro calendario si regola su Maometto) allora il poliziotto si imbufalisce e gli dice “Ma mi prendi per culo? Vai via e non tornare più!”.
Certo che so cos'è Patrasso, ci sono stato per un anno a vivere là. Non nella città vera, ma nella città nascosta degli afgani, perché lì sono tutti afgani che si organizzano e ci vivono con quello che possono, coperte e cartoni e quello che trovano. Vivi lì con un po' di soldi in tasca, io passando per l'Iran ho lavorato e ho preso trecento euro. In Iran trovi lavoro facilmente, ma la vita per gli stranieri è impossibile. Se sei straniero devi sparire, la legge dello Stato è contro di te, gli abitanti sono tutti contro di te, non è nemmeno pensabile una voce o un giornale di stranieri là. E gli stranieri sono solo Afgani e Curdi, ci riconoscono facilmente. A nessuno straniero danno il permesso di soggiorno. Là vai e muori straniero
Dall'Iran siamo arrivati in Grecia, lì ci hanno preso le impronte digitali e ci hanno dato un foglio che diceva che dovevamo andare via o fare domanda di asilo entro un mese. Ma tutti in Grecia dicono di andartene, che non si può restare là, e così decidiamo di andare in Italia a chiedere asilo. A Patrasso ogni giorno c'è qualcuno che prova a entrare in Italia. Ci mettiamo dentro i camion, se paghi ti organizzano tutto loro, ma nel mio caso per vivere ho finito i soldi che avevo e dovevo entrare nei camion di nascosto. Ho fatto il viaggio Patrasso-Venezia 20 volte. E venti ritorni me li ricordo tutti. Quando arrivi al porto di Venezia ci sono i controlli della guardia di finanza o dei militari, fanno passare i camion sotto i radar come si fa ai bagagli negli areoporti e ti beccano. Oppure se non hanno i radar entrano nei camion e controllano tutto con le torce. Di notte se sei nascosto bene c'è qualche probabilità in più che non ti vedono. Ma se ti nascondi troppo bene non respiri più. Quando ti prendono ti mettono dentro la prima nave merce, nella stiva, e ti rispediscono a Patrasso. Senza chiederti niente, da dove vieni e perchè. Alcuni amici li hanno messi vicino al motore della nave e sono impazziti per il rumore, altri sono morti per il caldo là sotto. Pochi mesi fa hanno ritrovato un bambino di dieci anni in mare, non so se è morto in mare, chi ce l'ha buttato, e nei suoi pantaloni aveva il foglio di espulsione dall'Italia. Quindi in Italia c'era arrivato.
La ventunesima volta che sono partito mi sono aggrappato sotto un camion che si imbarcava per Bari. C'è chi si aggrappa sopra e chi si regge tra le ruote. Arrivati a Bari il camion scende e prende l'autostrada. Fino a quel momento aveva sempre viaggiato piano, ma nell'autostrada andava forte e c'era un vento tremendo. A un certo punto non ce la facevo più, non sentivo più le braccia e le mani, era impossibile continuare a stare tra le ruote, ho pensato adesso mi lascio e muoio. Vedi la morte tante volte in questi viaggi. Non è per divertimento che scappiamo.
Mentre penso che è finita il camion rallenta, poi si ferma. E' un distributore di benzina. Io sono ancora vivo perché un camion in un'autostrada tra Bari e non so dove ha fatto benzina. Mi libero e vado a chiedere la stazione ferroviaria più vicina, mi dicono che è molto lontana, così inizio a camminare. Arrivo in un paesino e salgo su un treno per Roma. Conoscevo bene il nome di questa città, ma non sapevo che qui nessuno sa che passiamo noi rifugiati prima di arrivare. E che passiamo qui, pure, una volta arrivati. Vi racconto una scena divertente in Questura: il mio amico si presenta, dice da dove viene, fa domanda di asilo, e il poliziotto gli dice “Tu non mi freghi, c'hai gli occhi a madorla, sei cinese!” e poi quando il mio amico gli dice che è nato nel 1387 (in Afganistan non abbiamo il vostro calendario, il nostro calendario si regola su Maometto) allora il poliziotto si imbufalisce e gli dice “Ma mi prendi per culo? Vai via e non tornare più!”.
venerdì 6 marzo 2009
DDL SICUREZZA. COME DIVENTARE CLANDESTINI QUANDO MENO TE L'ASPETTI
REATO DI CLANDESTINITA', ESPULSIONE, INCARCERAZIONE DI TUTTI GLI STRANIERI ARRIVATI PERCHE' ARRIVATI (SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO). COLPEVOLI DI VENIRE DA LONTANO (ALIAS EXTRA-COMUNITARI), DI PARLARE LINGUE DIVERSE, DI ESSERE NATI SOTTO ALTRI CIELI, DI NON RESTARE FERMI.
LA TUA LEGALITA' È SPECCHIO DELLA MIA CLANDESTINITA'.
PER FARVI SICURI DIVENTIAMO INSICURI.
MA NON PREOCCUPARTI, QUESTA LEGGE E' CONTRO GLI STRANIERI, NON CONTRO TE!
NEL PACCHETTO SICUREZZA C'È SCRITTO: ABROGAZIONE DEL COMMA 5 DELL'ARTICOLO 35 DEL TESTO UNICO SULL'IMMIGRAZIONE OVVERO - SE TI AMMALI E NON HAI IL DOCUMENTO PUOI PURE CREPARE. VA A CAPIRE SE AL PRONTO SOCCORSO INCONTRI UN MEDICO CHE TI DENUNCIA O NO, IO IN OSPEDALE NON CI VADO PIU'. FOSSI IN TE ADESSO UN PO' MI PREOCCUPAREI.... ATTENTO, GUARDACI DA LONTANO MA SENZA TOCCARE!
QUASI UN ANNO CHE VIVO IN ITALIA. SONO FUGGITA DALLA COSTA D'AVORIO IN AEREO CON VISTO PER TURISMO E QUI HO FATTO DOMANDA DI ASILO. QUANDO HO DETTO A UN ITALIANO CHE SONO ARRIVATA CON L'AEREO QUESTO MI HA CHIESTO: MA PERCHE' ANCHE VOI AFRICANI AVETE L'AEREO?
SONO SCAPPATO CON LA SOLA MAGLIA ADDOSSO DAL CAMPO MILITARE DI SOWETO, ERITREA, DOPO CHE MI COSTRINGEVANO AI LAVORI FORZATI PER LA QUINTA VOLTA. ORA IL VOSTRO MINISTRO CI DICE: VOI DISGRAZIATI CHE VENITE DA SUD SIETE TUTTI TUNISINI, TORNATE DA DOVE SIETE VENUTI. PECCATO CHE L'AFRICA NON FINISCE CON GLI ACCORDI ITALIANI IN TUNISIA O IN LIBIA.
HO GIRATO IL MONDO. SE CREDI CHE SONO VENUTO IN ITALIA PER SPASSARMELA VIENI A CONOSCERMI. VIENI A FARE LA FILA IN QUESTURA A TOR TRE TESTE, VIENI A VIVERE IN UN CENTRO DI PRIMA ACCOGLIENZA, A DOVER STARE PER STRADA SENZA UN EURO IN TASCA, A LAVORARE DI NOTTE PER 2 EURO L'ORA E A PRENDERCI BOTTE INVECE CHE SOLDI, A SPARIRE DAL MONDO QUANDO TI GUARDANO.
INFINE, A RISPETTARE L'ORDINE PUBBLICO E LA SICUREZZA CI PENSERANNO LE RONDE DI VOLONTARI PER LE CITTA'. PRODI SQUADRONI DAL CUORE ATTENTO ALL'ORDINE SOCIALE E PRONTI A RISPONDERE AI BISOGNI DEI PIÙ DEBOLI. MA NOI CITTADINI CHE FACCIAMO? RESTIAMO A GUARDARE? LA DELEGA UCCIDE IL CERVELLO, LE CAMICIE VERDI PADANE FANNO MALE AL CUORE.
MA IN FONDO LA VITA E' UN GIOCO (SULLE NOSTRE VITE), VIVA L'INTEGRAZIONE A PUNTI, VIVA IL SOGGIORNO GRATTA E VINCI!
martedì 3 marzo 2009
Chi siamo. Cosa vogliamo.
Cari amici,
è ora di spiegare chi siamo, perché altrimenti facciamo lo stesso gioco di chi confonde le carte. È evidente che alcuni, come il signor Merola che ci ha scritto dal sito de Il Messaggero, non sanno chi siano i richiedenti asilo e i rifugiati. È anche chiaro che la realtà dei centri di accoglienza a Roma è molto confusa. Il giornale Liberazione li ha chiamati “centri di detenzione”. E forse “detenzione” descrive la realtà che viviamo meglio di quanto non faccia la parola “accoglienza”. Eppure viviamo in centri di accoglienza.
Scriviamo quindi per presentarci e per dire cosa chiediamo concretamente.
RAR significa Richiedenti Asilo Roma. Chi è un richiedente asilo? Abbiamo letto la Convenzione di Ginevra per rispondervi meglio, ma decidiamo di prendere le parole da quello che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Richiedente asilo significa rischiare la vita a casa tua, significa scappare senza poter tornare dove sei sempre vissuto. Per andare ovunque, ma non più a casa. Scappiamo per molti motivi – richiedente asilo è il nome di molte storie, difficili e diverse. Come la categoria di stranieri, anche quella di richiedente asilo ha tutta la sua complessità. Non siamo tutti uguali, né necessariamente fratelli.
Ho lasciato il mio paese perché il popolo Oromo soffre l’Apartheid in Etiopia, non può parlare la sua lingua, praticare la sua cultura, fare attività politica democratica.
Ho lasciato il mio paese perché sono cattolico e dopo aver dichiarato la mia fede sono stato internato e torturato in Togo.
Ho lasciato il mio paese perché il Governo della Costa d’Avorio è ostile alla mia etnia. Mi hanno licenziato, mi hanno preso, mi hanno messo in carcere e torturato.
Ho lasciato il mio paese perché l’Eritrea è sempre in guerra. I giovani sono costretti a fare il militare a vita, perché senza tessera del Governo che certifica che fai il militare ti prendono per strada e ti mettono sotto terra nei Trak.
Siamo in Italia per vivere. Non per vivere meglio.
Meglio era poter restare. Ma questo significa morire ammazzati, noi e le nostre famiglie. Casa è impossibile se vogliamo continuare a vivere in qualche modo. Siamo scappati per proteggere la nostra vita. Non per cercare lavoro, per soldi, per una vita da ricchi.
Ero tecnico informatico.
Ero diplomato in assistenza sociale.
Ero tecnico audio-visivo.
Ero carpentiere e rasatore.
Ero fornaio.
Ero insegnante.
Ero studente alla scuola superiore.
Ero infermiere.
In Italia ho buttato via il mio diploma perché, con la mia protezione umanitaria, non esiste nessuno che convalida qui il mio titolo. Ero infermiere e ora faccio il badante a nero, mentre l’Italia ha bisogno di infermieri e io sono costretto a rimanere in un centro di accoglienza. Così è uno spreco per tutti.
Immagina: arrivi in un posto e ti dicono che è l’Inghilterra, dove ti aspettano i tuoi amici. Invece è Lampedusa, Crotone, Foggia, Udine, Roma. Hai pagato tutto quello che avevi per il viaggio. Se conservi ancora qualche soldo lo vai a cambiare e ti accorgi che sono solo cinque euro. Cinque euro in tasca e non sai dove sei nel mondo.
Ma non vi chiediamo soldi. Vogliamo capire come funzionano i centri in cui viviamo come pecore. Baobab: 160 pecore; via Scorticabove: 100 pecore: via Casilina 815 poco più di 20 pecore, sgomberate.
Viviamo a Roma dentro i centri di accoglienza, dove sappiamo bene cosa non si può fare e cosa non si può chiedere. Dentro siamo trattati come colpevoli e noi ci sentiamo in colpa, ma non sappiamo perché. Forse perché non portiamo soldi all’Italia come i turisti? Impari presto a stare zitto perché non paghi.
Eppure il Comune spende soldi per l’accoglienza. C’è un budget per ogni persona che vive nei centri e che viene dato a chi li dirige. Quando occupi un letto il Comune ti conta e paga per te. Quando vai alla mensa, fai la fila per firmare perché c’è bisogno di certificare la spesa.Vogliamo sapere dove andare, chi è la persona, l’ufficio, l’associazione o l’istituzione che è pagata per aiutarci.
Basta con il business dell’accoglienza sopra le nostre teste.
Ho chiesto di leggere la convenzione che il mio centro ha con il Comune. Impossibile. Mi hanno detto: chi ti ha fatto venire qua? A Roma l’accoglienza si fa clandestinamente. Il Comune spende dei soldi, ma non si capisce dove vanno a finire. Non puoi avere risposte dalle Istituzioni. Ti prendono in giro se vai e chiedi. Lo stesso è per mangiare, avere un avvocato, cercare lavoro, fare un corso di formazione. Finisci sempre nel solito cerchio: dal centro di accoglienza al Centro Astalli, dal Centro Astalli a via delle Zoccolette, dove c’è la Caritas, da via delle Zoccolette al Comune e dal Comune al centro di accoglienza. E intanto tu giri e aspetti e giri e il tempo passa.
Basta anche con l’ipocrisia e la sua altra faccia, il buonismo.Vogliamo sapere chi controlla i centri di accoglienza perché ciò vuol dire controllare noi. Capire quando, come e perché significa tornare a potere qualcosa su una vita che è la nostra e non quella di chi riceve i soldi dal Comune.
Questo chiediamo: conoscere gli accordi tra il Comune e i centri di accoglienza, leggere le convenzioni firmate, sapere quanti soldi vengono dati ogni giorno dal Comune e come sono spesi, concordare il regolamento con i responsabili dei centri, partecipare alle riunioni di gestione perché in gioco ci sono le nostre vite.
E chiediamo un luogo che non sia la strada né la fila in qualche ufficio o l’internet point a Termini. Un piccolo luogo dove andare ogni giorno e incontrarsi, dove studiare capire e confrontarsi. Vogliamo realizzare, scambiare e offrire qualcosa di nostro a questa città.
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